shipwreck (2020/19)

SHIPWRECK 34°31'22.0"N 12°55'49.9"E

Concept Choreography Scenography - Lisa Rosamilia

With - Angela Di DomenicoElena Lunghi, Chiara Marchesano, Francesca Orlandi

Music Visual - Daniele Casolino

Script - Marco Bilanzone

SHIPWRECK 34°31'22.0"N 12°55'49.9"E is a sinking world, a collective shipwreck, of souls and bodies. Bodies already born shipwrecked, uprooted bodies, unprepared bodies, naked bodies. Bodies crossing doors behind other doors, trapped in the edge of Customs ever thinner, closed boundaries, exile of infinitive grottesque border zone. We swerve into breakdown, barrier after barrier, and at every shipwreck we lose a piece, untill just the loss left, and an unfocused idea of our own identity. The shipwreck takes away everything, leaving standing just the body on run, life and its furious movement.

 

34°31'22.0"N 12°55'49.9"E are the coordinates of generic point in the Mediterranean sea, between Lampedusa and the Libyan coast, where the sea turned into a precipice. In that area, adrift lifes are swallowed up, and the shipwreck becomes a social and political conflict. Stories of people and shipwrecks which keep happening, stories of relicts of a sinking humanity, stories of exiles seeing in the sea the only hope possible and in the sea drown their dreams and their life.

 

Synonym of instability and fate upheavals, the shipwreck represents an existential condition of loss and dismay, a limbo calling for a reconstruction. The show faces the theme of the sociopolitical shipwreck, cultural and identifying, as a metaphor of nowadays drift. Liquid days, without anchorages: institutions drown, values drown, everything change dizzly and we remain backwards with no guide, no principles, no route to follow, because the “nautical charts” are lost, lost the cultural references, lost the ethical and moral orientation.

 

The narration develops through the use and the transformation of a changeable scenographic structure, set with old french-door. The scenography change in the space becoming a relict on the sea waves, a cage of breathes, a border zone, a wall, a dock, an open port, a closed port. The door is a border line, marking, dividing, isolating, cutting the space, but in the same time it defines, preserves, connects two realities, a gap between inside and outside. It is the third space, a suspension place, waiting, defense, observation. Between the walls of this frontier grew a need of expansion together with the emergence of identity. Identities related with other identities, own confines crossing other confines, multiplying boundaries, conditions, possibilities. Who confines and the confined blend with each other and the line dividing earth and sea flakes off, it is as being shipwrecking in a no more stable land. 

 

“The sea has never been friendly to man. At most it has been the accomplice of human restlessness” (Conrad). The voyage by sea always represented the challenge of man to the unknown, it is accepting to abandon the certainties of the mainland to cross the utmost unstable; and yet this never stoped the man to traverse it, not to outrage it, but for need. As the Ulysses of Homer, the push feeding this hazard is a concoction of despair and desire, hunger and thirst, fear and courage. We are blind and visionary at the same time, the gaze oversteps the death, cuts the dark, see planets, imagines constellations.

 

The staging consists with corporeal and textual parts, accompanied by original musics composed specifically for the performance, live soundings and video installations.

SHIPWRECK 34°31'22.0"N 12°55'49.9"E
Regia Coreografia Scenografia - Lisa Rosamilia
Con - Angela Di DomenicoElena Lunghi, Chiara Marchesano, Francesca Orlandi
Musica Video - Daniele Casolino
Testi - Marco Bilanzone

 

SHIPWRECK 34°31'22.0"N 12°55'49.9"E  è un mondo che naufraga, un naufragio collettivo, di anime e di corpi. Corpi nati naufraghi, corpi sradicati, corpi impreparati, corpi spogli. Corpi che attraversano porte dietro altre porte, intrappolati nel margine di dogane sempre più sottili, confini chiusi in se stessi, esilio di infinite grottesche zone di frontiera. Si sbanda in avaria, barriera dietro barriera, e ad ogni naufragio si perde un pezzo, fin quando rimane solo lo smarrimento, un’idea sfocata della propria identità. Il naufragio si porta via tutto, lasciando in piedi soltanto il corpo in fuga, la vita e il suo movimento furioso.

 

34°31'22.0"N 12°55'49.9"E sono le coordinate di un punto qualsiasi del Mediterraneo tra Lampedusa e la costa libica, dove il mare si è trasformato in un precipizio. In quell’area, vite alla deriva vengono risucchiate, e il “naufragio” è diventato conflitto sociale e politico. Storie di uomini e di naufragi che si ripetono, storie di relitti di un’umanità che affonda, storie di esuli che nel mare vedono l’unica loro speranza e nel mare naufragano i loro sogni e la loro vita.

 

Sinonimo di instabilità e rivolgimento della sorte, il naufragio rappresenta una condizione esistenziale di perdita e smarrimento, un limbo che richiede una ricostruzione. Lo spettacolo affronta il tema del naufragio socio/politico, culturale e identitario, come metafora della deriva dei nostri tempi. Tempi liquidi, senza punti fermi: naufragano le istituzioni, naufragano i valori, tutto muta vorticosamente, restiamo indietro senza guida, senza principi, senza una rotta da seguire perché si sono perse le “carte nautiche”, i riferimenti culturali, l’orientamento etico e morale.

 

La narrazione si sviluppa attraverso l’utilizzo e la trasformazione di una struttura scenografica modulabile, costruita con vecchie ante di porte/finestre. La scenografia muta nello spazio facendosi relitto sulle onde del mare, gabbia di respiri, zona di frontiera, parete, approdo, porto aperto, porto chiuso. La finestra è intesa come una linea di confine, che delimita, divide, separa, taglia lo spazio, ma allo stesso tempo definisce, conserva, unisce due realtà, intercapedine tra un dentro e un fuori. E’ il terzo spazio, un luogo di sospensione, attesa, difesa, osservazione. Tra le pareti di questa frontiera matura un’esigenza di espansione che sviluppa il concetto di identità. Identità che si relazionano ad altre identità, il proprio confine si interseca con altri confini, moltiplicando le frontiere, condizioni e possibilità. Confinatori e confinati si confondono fra loro e si sfalda la linea che divide terra e mare, è come un naufragare su una terra non più ferma.

 

“Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza” (Conrad). Il viaggio per mare è da sempre stata sfida dell’uomo all’ignoto, è accettare di mettersi al timone di un progetto che abbandona la sicurezza della terraferma per attraversare ciò che è instabile per eccellenza, eppure questo non ha mai fermato l’uomo dal varcarlo, non per affronto ma per bisogno. Come per l’Ulisse di Omero, la spinta che alimenta questo azzardo è una miscela di disperazione e desiderio, fame e sete, paura e coraggio. Si è ciechi e allo stesso tempo visionari, lo sguardo scavalca la morte, fende il buio, vede pianeti, immagina costellazioni.

 

La messa in scena prevede partiture corporee e testuali, accompagnate da musiche originali composte appositamente per lo spettacolo, sonorizzazioni live e videoproiezioni.

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